Fornelli d’Italia. Domenica, prima mattinata.
Conduce: Davide Mengacci.
Mattino ridente d’estate.
Una giornata qualsiasi, domenica, in alto svetta il campanile, festoso.
Un uomo campeggia su una folla allegra e variegata, fra fruscii di grembiuli canditi,
sommesse risa di fanciulle.
“non sono un cuoco, ma un uomo che cucina”
trionfa la voce che fa tutt’uno col biondo dei capelli, ravviati da una figura accaldata;
sguardo dolce, seppur incavato dalle rughe, e una vita piena, che risuona nei sorrisi sordidi dispiegati sulla gente.
(Foto: Davide Mengacci. La sua figura, aleggiante misteriosamente sui borghi d’Italia ha fatto urlare più volte i devoti all’apparizione santa. Lo strano caso di un santo patrono che si mostra ai fedeli, benché ancora vivo, vestito del suo solo spirito)
Si avvia al piano dove sono riposti ortaggi, gonfi del calore e del nutrimento della terra,
brandendo finalmente i parchi e umili attrezzi da cucina, mesti e indispensabili strumenti del capolavoro che quelle mani curano verso la perfezione.
Un lungo elencare: ingredienti, misure esatte, frammiste a fugaci battute di ammirabile eleganza.
Il Mengacci non è solo, placidamente si accompagna alla gentile aiutante, donna ormai quasi anziana ma felice nel gravoso compito di cuoca, che l’investe per l’intera ora di trasmissione.
(Foto: un esempio della proverbiale compostezza, sobrietà e misura del pubblico ‘in piazza’ che accompagna la trasmissione)
Più avanti uomini del popolo, anche loro ormai perduta la leggerezza della gioventù, intonano canti e roteano energicamente i mestoli in quella calda, morbida pasta che rimane a celare il segreto del suo scopo: il cuoco improvvisato, Davide, come ama farsi chiamare, li guarda di sottecchi non riuscendo a frenare l’increspatura delle labbra tentate di rivelare lo scopo del lavoro dei suoi amici.
Una gioiosa ressa carnevalesca applaude beata, satura di serenità senile, festosamente abbagliata nei costumi forniti dagli sceneggiatori,fra il blu, il rosso di una casacca alla francese, un pon-pon sul capo. Un anima crudele avrebbe riso beffarda dello spettacolo,
ma una ancora più malefica avrebbe lasciato che si svolgesse, contemplando l’orrore,
sapendolo massima punizione per quegli stessi attori.
Deciso ad allietare l’auditorio con tangibili ricordi della festa di paese da poco trascorsa,
Il nostro accenna a un invito e così la squillante e delicata voce di una cantante prende il volo accompagnata dalle note elettroniche di una tastiera.
Lei e l’attento musicista calano le note sul gruppo di gente all’opera, per destare le membra operose e intente al lavoro, quando la serietà del compito lo richiede.
Quella voce così melodiosa imprime nuovo vigore alle dita che s’affondano nella pasta molle,
ora che la concentrazione è al massimo e parlare è sconsigliato.
Finalmente le braccia si distendono lungo il corpo, rantoli strozzati rinfrancano le menbra, esalando nell’aria un che di marcescente, di polveroso e muffito, così simile al sepolcro domestico di quelle case sullo sfondo.
Terso il sudore sulla fronte, uno sguardo al panorama diventato improvvisamente uggioso,
nessuno si decide a spezzare le catene di quell’affannato silenzio, osservato e vegliato dalle rade figure che si avvicendano dalle finestre finemente orlate di merletto di poco prezzo.
Sguardi che si cercano, respingono l’imbarazzo e la memoria del copione che viene meno,
sospinto via dall’ebete riposo concesso.
Mengacci, colto al volo il gesto dell’implacabile aiuto-regia, riprende il guizzo, fra le pieghe del suo colorito, slavato quasi quanto la sfumatura dei radi capelli.
Chiama a sè la sacra sacerdotessa, diversa ogni volta ma simbolo costante della sua funzione:
una bambina.
Ella si avvicina furtiva, con un sorriso a serbare dentro di se lo scoppio del cuore che palpita,
intimorita eppure sospinta dalle sculacciate parentali.
La piccola alza lo sguardo pensoso e spaventato sul conduttore, sperando di leggervi la fine della condanna. Egli si accovaccia, stringendo a sè quell’innocente creatura, indeciso se rivolgere a lei o alla telecamera, affettate parole di circostanza.
Stretto fra le dita l’ennesimo regalo, del quale la bambinetta si rende come mera trasportatrice,
egli sorride delle innocenti e incaute risposte che gli vengono rivolte e ,vomitata una risata forzata,
acclama il nome della bimba,
accolto dalla nonna e dal misero gruppo di persone con vuote occhiate perplesse, ma inorgoglite, verso l’obiettivo vitreo che le riprende.
Licenzato così l’ozio della conversazione, a larghi ma stanchi passi, il nostro si avvicina al secondo teatrino del suo assurdo cerimoniale…
La forza viene meno, la pietà ha il sopravvento. Clic. Televisore spento.
(Foto: Senza Parole. Uno sguardo interrogativo, un monito per le nuove generazioni. Gamberi, pasta fresca. Esequie marine)



(Foto: Fabrizio in uno scatto giovanile. Lo spirito polemico verso le storture della società è un tratto che l’ha sempre caratterizzato negli anni, ben espressa nell’indignazione che, nell’immagine, dimostra verso l’aumento del prezzo dei beni di prima necessità: le braciole. Lo si può notare, legato, intento alla protesta che negli anni lo consacrerà agli allori della lotta civica: lo scioper della fame, a causa del quale ha perduto 45 kg, destando tuttora, nei suoi fan, il timore che tale peso sia fuggito dalla zona cranica verso il basso ventre).
(Foto: un momento di pacata e cordiale discussione fra il pubblico di forum, sull’argomento della causa del giorno)